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Poemas italianos

Do  livro Lucca dentro.  Lucca: Maria Pacini Fazzi,  2002.

Sfiora il Silenzio

Irrompe
nell’aria
un segreto

un fruscìo
d’arbore
assonnata

una storia
sprovvista
di nomi

foriera
del domani
che non sai

Irrompe
la voce
del silenzio

e così
un’ansia
si diffonde

nel tempo
fuso
del non-ancora

Sfiora
quel silenzio
il centro delle cose

e brucia
come torcia
non lungi del tramonto

 

*

Indugio

Inselvata
la città
del silenzio

sperduta
sotto la volta
del meriggio

introflessa
nelle
viscere del tempo

Morde
attira
e sgomenta

onde
riaversi

nel fervido
destino

dal suo
perenne
indugio dei contrari

(Caccia
che s’affaccia

sulle spoglie
del tempo)…

Ed oltre il
non visibile
di pietra muro

arde
un fil di speme

arde
nei ruderi
della città

una vita
alfin risorta

*

Forisportam

                           a Giuseppe Conte

Nel vuoto
circolare
delle mura

sciolto di
ripieghi
e di ricordi

non sai
nulla del mondo

Le mura
ti racchiudono

e ti
rendono

un essere
fuor del
tempo e della
storia

scialbo
e forisvitam

sagoma
visibile
di non visibil sagoma

tra i lumi
smorti
del fillungo

E tu
crudel città

cinta
di mura

altera
quale sfinge

di pietra
irrevocabile

rifiuti
come larva
il suo dolore

Città
e non città

creato
e non creato

si scagliano
l’un l’altro

sotto
l’aspra
negazione

del ruvido
silenzio delle mura

*

Primo Buio

Il senso
s’immilla
in altri sensi

e il nome
s’innesca
in altri nomi

Tra le guglie
irrevocabili
del mondo

muove
la terra

il cielo
in gran sussulto

Il tempo
ti si strappa
dalle tempie

e slarga
l’orizzonte
al primo buio

Tu sogni
insospettabili
parvenze

in questa
notte immemore
di pace

Ma il senso poi
s’immilla
in altri sensi

e il nome
verso il nulla
si sprofonda

*

Dentro Me

                                 a G.B. Squarroti

Dove
Trovarti
o mia città fatale?

in qual
gentil rivera
o gracil sogno

il tuo volto
impalpabile
e perduto?

Forse
nella maremma
ti nascondi

nei miei
recessi
di brughiera

oppure
ti protendi
verso il regno di catai?

D’esilio
e ippocastani
i tuoi confini…

lahsa
nella nebbia
avviluppata

djabolsa
sorvolata
dal Simurg

città fiorite
come quelle di
ariosto o rabelais

Eppur
nessuna
t’indovina

o lucca
dentro me

non  quella
fisica

di pietra
o sangue

ma
lucca
dentro me

terra
di sangue
e di pietà

che mi vede
mi prova
e mi sente

*

Splendor Verbis

Beata
e sola
dai legami sciolta

Ilaria
amasti un dì
e amata
fosti

le tue
labbra
piene di brezza

il corpo
riarso
di passione

Dalla fiamma
del tuo
sguardo

sorgean tuoni
e lampi e mari
ed ombra

Beata
e sola
dai legami sciolta

come terra
di pioggia
inumidita

Riarsa
la tua
perduta carne

più volte
dai legami
sciolta

*

Oblivion

Niente
saprai nel tuo
perenne oblio

che
si protende
da nulla
     a nulla

beata
e fertile
di morte:

con essa
ti congiungi
e godi

l’amplesso
del beato
nulla

 
*

Nudità

Ed io ti svesto
prima che il tempo
ingordo
di tua beltà ti svesta

bacio
le tue soavi
gote

i seni
ascosi

come
augelli
al nido

La fronte
d’imenei

il madido
fior del tuo
segreto

sublime
gioia
e rio dolore

Così ti svesto
prima che il tempo
ingordo
di tua beltà ti svesta

*

Doctor Pacificus

                                                         a Ettore Finazzi-Agrò

Quanto
è ruvida
la scelta

l’essere
analogo

che ti dice
di sì
e di no

Ti chiedo:

penne
all’arrabbiata

o pollo
alla diavola?

E tu
rispondi:

a Lei
doctor pacificus

*

Notte Bianca

Più
chiara

più fina

e più
soave

la notte
bianca
di casablanca

Più
rara

più
grave

e più
vicina

la notte
bianca
di casablanca

 
*

E.l Jardis

Ai las
oscur 
de peiras
mi cami

de greu
perilh
de pena
de dolor

Par deus
ma bella domna
regardatz

la noit can
e.l jardis
dor a celat

l’aur del
sons ca deman
vostra parvenssa

ala fontana
on dobla
mos afan

*

Il Giardino

Ai lasso
oscur
di pietre
il mio cammin

di gran periglio
pena
e rio dolor

o mia signora
alfine
ascoltate:

il giardino
assonnato
di notte

non fa
che sospirar
vostra parvenza

al fonte
ov’è più grave
il mio dolor

*

Ponte del Diavolo

                                                                    a Luciano Bonuccelli

Muovesi
pien di sonno
il palafren

tra cielo
     e terra

tra buio
     e buio

Ma segue
intatto
e indifferente

il cavalier
che mai non resta

a traversare
i bronchi
e le macerie

le morte
polle

e le stecchite
piante

ché
un’ombra

s’agita
nel cuor…

Al suon
dell’alba
che tutto scioglie

già non
si scioglie
il suo dolor

E segue
tapinando
il cavalier

di notte
     in notte

di valle
     in valle

a ricercar
quell’ombra

d’esilio
     e di silenzio

*
                         

Divario

Se mi
cerchi
mi sperdo

se ti
sveli
mi nascondo

Un sol
divario:

la nostra
appartenenza

 
*

Senso

Mille
     oscuri
            abissi

e mille
    e mille

non bastano       
    per rendere al volto
            il suo mistero

*

Marinaio

                                      Also führ das Schiff allein aus, und sein Kapitän war
                                              das grosse braune Kruzifix 
                                                                                    Kasimir Edschmid

 

O cristo
     crocefisso
              capitano

o tu pietoso
    ulisse di maremma

riportami
     a quei liti
            sì lontani

 

*

Chiaroscuro

Non
posso vivere
senza te

fuori
dal rezzo
di luce

dragomano
dei limpidi
misteri:

volto
chiaro

volto
scuro

volto
sempre
a me
rivolto

*

Lo Gran Mar

Tra mari
di gente

di vessilli
     di lanterne

di porto
    a porto 

o cristo
       capitano

di porto
    a porto

navighi

tra san
     martino
            e san frediano

 
*

Tu mi Sei

Mi chiami
dal mattino fino a sera
e non ti sento

arrivi nei miei
sogni come nebbia
e non ti riconosco
in tanta luce

dovunque
tu mi segui e mai
ti vedo col
passo di fulmine
e di lampo

Sei la mia
rosa
e niente
so del tuo giardino

Sei
la mia ferita
e medicina
e non so
la cagion di tanta doglia…

Potrei
dire
che tu mi sei

perché
legati da una
estrema ambiguità

Ma
cos´altro
cambierebbe

se tu
mi scacci
mi confondi
e mi spaventi?

 

Do livro Hyades: San Marco in Lammis: Levante, 2004.

 

Fiera Trasparenza
al maestro Mario Luzi

un poète doit laisser des traces de son passage, non des preuves.
                                                              Seuls les traces font rêver.
                                                                     René Char

Splendida rinasce
                  la parola

        che vivida di luce
          aderge
              a forme altiere

cui segue
       di ghiaccio ardente
                          la vita stessa
                      di quel
martini
              pellegrino e cavaliere
                perduto prima
                     (o quasi o vivo
                      o folle) nel suo
stranito
   andare
        tra cielo e terra

E in te – figlio e
      compagno di quel
                     sommo duca –

             ritrovo il fiero

                                        
                                        abisso

di quel volume
                universale
           più volte squadernato

e vedo
     poi estrinsecarsi
                     quella Pietra
                   fra duomo
                 e fiume e ponte

l’apeiron
  che rende
         vorticosa
    ogni tua singola
          metafora

in cui non si discerne
          la luce
                 immateriale
                     dal mondo

                                                                            trafitto di ghiaccio
                                                                                      e di silenzio

la fiera
trasparenza e il
richiamo di calore
           al celestiale appuntamento

            (gioia inestinta
                     d’altri ulissi
                folli di quell’ombra
                                   trasparente)

we were the first
             that ever burst into
                             that silent sea –
mare mutolo
            e verbo
liquido

da coleridge al sempre
                           amato hopkins –

celestiali incandescenze
          di senso
e desiderio

E di cotali altezze
        e tuoni e folgori
sorge la tua parola
    come una firenze
                               ebbra
della sua
           stessa     tenebra
    (di luce)

che muove a più
          severi
                     e labili
confini

   la
voragine
     di roccia
ove        corrono
                      i fiumi
                     dell’alta parola

quell’aperta voragine
                                 quel caos
di nubi e di macerie

     (selvaggio ostello
di non      appartenenza
che  ci riporta al suo
              destin fugace)

Al cieco
  sprofondarsi
           della storia

fra stalattiti
          e muschio

ove s’apre
                  l’acqua
                          di roccia
del
                 tuo verbo
già riede
              la poesia

 

E quei fiumi
                 sparsi ad occidente
saran –
                                 figlio e compagno
                                               di quel sommo
                                                    duca –
il tuo
         sereno
               e liquido trionfo

Craiova, febbraio 2003

 
*

Ti cerco a roma
o roma
pellegrina

ma in roma
stessa
la mia roma
più
non trovo

apofatica                  impossibile

t´affermi                      nel silenzio

nel buio

               ti palesi

*

Tace la notte
               vegliano i gatti
                e dorme la città

                     sonno ed oblio

O roma
           felix

mi sbaglio         al singolare

ti  scopro al femminile

 

*

Riguardo a lungo
la scuola d´atene

e mi soffermo
sul platonico timeo

o cielo iperurano
perché

da te viviam
così lontano?

*

Al lume
pluriforme
della luna

la quasi idea
o lesbia
in te ravviso

o grazia
scintillante
della sfera

o tessera
perduta
e ritrovata

*

Immersa

                                              tra bagliori

e precipizi

la scialba
dea

si svela
                                        e tutto sfiora

O figlia
di latona
                                        io ti rifiuto

divorami           se vuoi
lo stomaco        lo sguardo

non togliermi
          ti prego

l´ambascia

                         del desio

*

Il misto
è un appressarsi
all´essere

(disse
        Il filosofo)

non
un andi
rivieni

ma un fiero
e vivo
andare

Che aspetti
mai
o lesbia mia?

sfibbia
quei sandali
leggeri

da’ pace
ai tuoi piedini
battaglieri

 
*

Un ciuffo
di trifoglio e rosmarino

portami lesbia tra ruvidi
frantoi
e gelide sorgenti

*

Da parte
a parte un sottil
richiamo

il raggio           la  sfera           i sentieri

ti cerco           ti soffro

ma  prima
di partire

t´indovino

*

Una procella
di cavalli
s´avvicina

(e mille
forse e muti
e franti)

a pascolare
sillabe
di silenzi

stormi di bufere:
trasborda
il fiume testo

o spettri
di cavalli
senza luna

nel silenzio
di Dio
non ci si beve

ci
si annega

*

La mia roma
personale

(a che serve
la caducità dell´io

a rivendicarne
la perduta gloria?)

già si dispiega
tra rumori
di promesse e vividi solazzi

*

Ad claras
asiae

volemus urbes
disse catullo

ed io t’invito
o lesbia

a sorvolar
città smarrite

ed isole
sovrane

*

Poesia:

d´un re perduto
il segno

d´un dio sconfitto
il sangue

eppur nel suo dolor
più forte e saggio

Tepic, 2002

 
*

Poesia
   e  non poesia

perenne vedovanza
        di nomi e d´orizzonti

Puerto Vallarta, 2002

Do livro La gioia del dolor. Craiova: MJN, 2005.

*

L’oro dell’ infanzia
e quel colore scuro agli occhi

(chiaro scuro)

la gioia del dolor come trasmetterla?

doamne miluieşte doamne miluieşte
doamne miluieşte

la lingua romena
così mi appare

tra pădurea neagră
e i freschi monasteri di moldavia

*

Tardo pomeriggio a sofia 
o bucureşti             un cenno  un canto
lo splendido infinito della tua lingua  
un fiore un vis        compresi allor da un
solo sguardo

lo sfarzo e l´asfinţit
dell´impero austroungarico

*

Il romeno e i sefirot
il gatto che morde la pietra
del silenzio

mentre ripensi a quella torre
sorvegliata
dai custodi
dell´ armonia perduta 

lo spazio tra le parole  (ti chiedi)
sarà
forse scritto in ben altra lingua?

*

Cammini leggermente
e pur non sai se verso i balcani 
ai misteri del pantocrator oppure
all´occidente senza dio

pensi alla gloria del banato
e alle gran vie di un treno
che avrà forse la galassia
come ultimo confine

dopo  una zona
di silenzio
e pietra e morso e gatto

*

La bellezza del corpo
al numero
appartiene
della divina mente

le tue mani
stellifere
nel giardino  

lo scintillio
di giove 
e quell’albedo

dovizie
del silenzio
e delle viole

amica
suora e madre

un sol destino
ci riporta 
alla voragine dell´essere

*

Smarrito
il volto della parola
tra gli abissi dell´alba

cerchi la storia della lingua
quel verbo sospeso
tra turchi e fanarioti

quel  po’ d’impero
che invisibilmente  avanza
verso  atene e costantinopoli

mentre aspetti  quella roma
quarta ed ultima

izvorul dorului
quel filo di etimologia da sempre smarrito

 

Cinco Sonetos Marinistas do libro Bizâncio. Rio de Janeiro: Record, 1997.

*

Deh, qual furente nume sì rubella
a l’amor mio ti fe’, ché già abborri
il mio penar, i miei sospir, o fella,
e la mia trsita sorte non soccorri?

Ne l’imo di cotal mesta procella
io ben veggio ch’al mio vascel non corri
a darmi il chiaro sol di tua favella
e ne l’amaro oblio di me tu incorri.

Ahimé! Ne’ laberinti acquosi io vivo
ad aspettarti, o mai crudel consorte,
e se di nembi d’or alfin son privo,

e la mia trista, ruda, avara sorte
mi toglie alfin ogni piacer retrivo,
impari anch’essa ad abbracciar la morte.

*

Questo limpido ciel, mare spumante,
ruscello aurato, fiori, colle chiaro,
sovvengonmi l’amata aurifiammante
e indarno il paragon m’è sempre avaro.

De’ lumi’l ciel racchiude’l foco errante,
del seno’l mar rassembra ’l buon riparo,
del cor il palpitar di rio tremante;
e sul bel crin de’ picciol fior posaro.

E già non so vantar beltà cotante,
né dar tesor unqua più degno e raro
che ’l cor di questo sventurato amante,

a cui solingo & mesto ’l fato amaro
mi fe’ non pago de l’amor d’innante,
poiché tu sei, crudel, druda d’Alvaro.

*

La notte è chiara e di soavi accenti
s’ingentilisce da’ baglior di stelle;
di gigli profumati sono i venti,
di viole le colline son più belle.

Vedovo e privo di fatal torrenti
respira’l fiumicel aure novelle
a rispecchiar, tra madidi lamenti,
le stelle in ciel; e’ndarno verso quelle,

innalzan gli usignol il dolce canto,
alle spere del ciel sì bello e puro;
e stendon su la terra un tristo manto

d’ abisso e di silenzio malsecuro:
e’l mio desir nel suo silenzio ammanto,
e fassi’l mio dolor più grave e scuro.

 

*

Sotto i nembi d’amor, pe’ campi d’oro,
i zefiretti delle selve ombrose
destan ricordi al cor, dolce martoro;
e passo le giornate venturose

a rammentar la dea cui tanto adoro,
assiso in grembo a le verdure ascose,
mentre dal nido un augellin canoro
mi fa languir tra gelsomini e rose.

Nel prato boschereccio ove m’assonno
Veggio ’l castel d’amor schiuder le porte
delle vaghezze che durar ben ponno,

finché lo tristo passo della morte
a sigillar s’appresti il grave sonno
di questa vita di caduca sorte.

*

Cinzia, non indugiar, già soffia ’l vento,
e’ dolci rai de l’alba senza velo
c’invitano a solcar mari d’argento,
quant’è gentile e senza nube il cielo.

Ogni periglio della notte è spento,
gli austri, la pioggia, i toni, i lampi, il gelo,
e omai di pace ’l mar spira un concento
sì dolce, e di dolzore già m’invelo

ver l’isola d’amor su questa barca,
d’amorosetti spirti e d’or contesta,
al vento mite che la vela inarca.

Cinzia, non indugiar, fatti più presta,
prima che tagli i fil la cruda Parca
di nostra picciol vita vana e mesta.

 

Do livro Poesie.Roma: Grilli, 1999.

*

Quel gran silenzio
che precipita dal cielo
esterrefatto di azzurro

quel gran silenzio
che s’accalca nelle ombre
sanguigne del tramonto

quel gran silenzio
che regge la tema degli angeli
tra nubi di ferro e follia

quel gran silenzio
che arrovella e inaridisce
la terra di lacrime spenta

quel gran silenzio
che rade la nebbia dei giorni
e la malinconia dei buoi

quel gran silezio
verso cui
tende

la selva di rumori
che ci strazia
e ci fa guerra

*

Tra due orizzonti
pallidi e sottili

                                                          angeli scontrosi
                                                          vaghi di viole

tra due sfere
d’ugual  circonferenza                 

                                                          raggi silenziosi
                                                          sperduti sulle aiuole

tra due labbra
di nube e d’acciaio

                                                         bossi odorosi
                                                         schegge di parole

e spesso

un logorio di larve e di parvenze
secerne
vecchi pianti d’erransa
vani e scuri colloqui nell’ombra

*

Cavallieri del sonno
attendono mercede

sacerdoti del nulla
sfiorano sembianze

scheletri di chisciotti
schermano dulcinee

bave di basilisco
sbattono le fiamme

serpenti sensitivi
tendono agguati

battelli spettrali
spaccano il buio

e le vele del sonno
seguono senza sorte

 
*

Ben so ch’è giunta l’ora
e non mi volgo ancora

alle alture del cielo
bucate e senza velo

agli sbuffi del drago
sui margini del brago

al cosmo di platone
nel sogno di scipione

ai travi rosseggianti
dei fondachi distanti

al cerulo licorno
nel rantolo del giorno

agli abissi del mondo
per iscrutargli il pondo

al vorticoso mare
che non mi fa tornare

a quella ardita nave
pacifica e soave

in mezzo alla procella
che sfiata del tuo cuor

*

La chiesa
di san frediano
a lucca

stremata
di silenzio
e d’oblio

è la dimora
a cui rivolgo
le mie inutili

brame
di riposo
e di pace

ivi è celata
la nostalgia
delle

mie ossa
e dei miei
tormenti

sarò uno
delli anzian
di santa zita

e berrò il molle
lume del
mar rosso

e le mie
ossa
e i miei sogni

inutili
riposeranno
in pace

perché i pisan
veder lucca
non ponno

in pace
ascoso
nel molle

lume
del mar 
rosso

perché i pisan
veder lucca
non ponno

*

                                                 Tutta la sfera varcano del fuoco
                                                                    ed indi vanno al regno della luna
                                                                       Ariosto

La doppia meraviglia
del paladino astolfo
fu quella di scoprire

un mondo alterno
di stelle spente
e sogni sparsi

damigiane
e serbatoi
d’antimateria

rocchi
di corone

ruina
di castella

libri scomparsi
come di proclo

altri inescritti
di vani amori

(usignoli
metacantano
ombre smarrite
nei plurimondi)

Nel chiaro stagno
il senno d’orlando

nuovi segreti svela nuovi silenzi

*

Dalle foglie ai cespugli
sfarfalla una farfalla
al soffio della sorte

e spira sulla soglia
la folla che s’affolla
al vento della morte

*

Contro Tommaso

Una goccia si confonde
nei mari dell’immensità
e si dissolve nelle onde
la materia di quantità 

*

Quella solinga margherita
tra i labirinti di damasco
a ragionar d’amor m’invita 

*

Mari di silenzi
e scogli di stele

approdo a mar mussa

*

Oscura sussistenza delle cose
un’oasi di pianto mi rischiara

*

Tra fumi di narghilè
le ceneri del giorno

 
*

Da Nev’i  Zadé  Atayi

sütûnu edip âsmani güzar

sorpassa i cieli la sua colonna
magione chiara di nubi d´oro 

*

Da al-Maari

la morte è sonno che mai non resta
e’l sonno è morte che ben si sfà 

*

Un gatto
sovra i tetti
mi guarda
come un dio 

*

Confini di fiamme
presagi di pianto
e non un dio
che ti possa accogliere

*

Svelami tu arianna
nel dedalo notturno
la mia casa lontana 

*

Cerco pei chiari
dintorni di siena
tra pietre e ponti

il vecchio palazzo
del duca
abbrunato sui monti

il grigior
delle ombre
nell’ultimo girone

lo sbadiglio
accorato
del leone

le orme
perdute
di due pellegrini

e i pallidi
volti
dei serafini

il volo
del girfalco
tutto d’oro

sui neri
campi
del martoro

la terra
trasognata
di sorìa

e l’anima
che sola
sen gìa

al pianto
della Pia
amaroscuro

o colli chiari
sopraffatti
d’azzurro

*

Nel chiaro silenzio
la gazza turchina

nel lume degli astri
due volti inesatti

nell’oro del meriggio
l’equivoco del sonno

nel pallido giardino
la quiete delle rose

nei campi dell’oblio
l’esangue fontanina

e quel brusio di cose
che breve finirà

*

Perdesi l’amator della notte
a ricercar i villaggi del sonno

*

Contro Averroè

Fiamma riemersa dal buio
numero effuso dall’insieme
angel smagliato dall’ordine

e quegli atomi d’ulisse
che stan per arrivare ad itaca

*

Esilio

Da quando
sei passata
al nero

varco

del sonno

(follore
di frale
destino)

provo

una
strana
quiete

sazio
di quel nulla
che m’agghiada

*

Non ti penso
scuro veleno

non ti parlo
arida fauce

non ti sento
pallida voce

non ti saluto
orrida sorte

ma so
che tu

mi pensi
erransa

mi parli
affrantura

mi provi
inganno

mi scansi
speranza

 
*

Luogo d’ombre
spettri  caligine

larve di sogni
lungo la valle

malsana
dei sonniferi

lucida stella
vortice di vento

fiammiferi

risvolto
d’altro buio

Acadêmico relacionado : 
Marco Lucchesi